Una crisi prevista dal male assoluto

TD1992.20.2Riporto una email ricevuta che sintetizza ed analizza come Benito Mussolini, personificazione del male assoluto, si era reso conto di dei problemi che oggi ci hanno portato forse al punto di non ritorno.

 

Carissimi!

«Questa crisi che ci attanaglia da quattro anni – adesso siamo entrati nel quinto da
un mese – è una crisi “nel sistema o del sistema?”». Bella domanda, no?!… ma chi
l’ha fatta? e quando? L’ha pronunciata Benito Mussolini nel Suo celebre discorso
del 14 novembre 1934 su «lo Stato Corporativo». L’interrogativo, non v’è dubbio,
descrive una situazione perfettamente combaciante con quella attuale.

In quell’occasione, il Duce così osservava: «Per rispondere è necessario riflettere,
riflettere lungamente e documentarsi. La crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è
diventata una crisi del sistema. Non è più un trauma, è una malattia costituzionale. Oggi possiamo
affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberalismo
economico che l’ha illustrato ed apologizzato».
Seguitando, affermava: «giunto a questa fase il supercapitalismo trae la sua ispirazione e
la sua giustificazione da questa utopia: l’utopia dei consumi illimitati.»
E ancora: «questa è la crisi del sistema capitalistico preso nel suo significato universale. Ma per
noi vi è una crisi specifica che ci riguarda particolarmente nella nostra qualità di Italiani e di
Europei. C’è una crisi europea, tipicamente europea. L’Europa non è più il continente che dirige
la Civiltà Umana. L’Europa può ancora tentare di riprendere il timone della Civiltà Universale, se
trova un “minimum” di unità politica.»
È indicativo notare come, già da allora, parlasse in termini non nazionalistici, nel senso limitativo
del termine, ma in una visione di ampio respiro: quella Europea, formulando una diagnosi del male
ed individuando una cura: quella di un orgoglio Europeo.
Per quel che riguarda più strettamente la nostra Nazione, nel disegnare già da allora il
fallimento del Capitalismo e del Socialismo, indicava nel Corporativismo l’unica soluzione: quella
che è anche chiamata: «terza via».
In proposito – passim – deduceva: «La corporazione è fatta in vista dello sviluppo della
ricchezza; della potenza politica e del benessere del popolo italiano. Questi tre elementi sono
condizionati fra di loro: oggi noi seppelliamo il liberalismo economico! L’economia corporativa
sorge nel momento storico determinato, quando cioè i due fenomeni concomitanti, Capitalismo e
Socialismo, hanno già dato tutto quello che potevano dare! Dall’uno e dall’altro ereditiamo quello
che essi avevano di vitale. Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale,
e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo
economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è
santo, che è guerriero.»
Il Discorso del 14 novembre 1934 trova le sue radici logiche ed ideali nell’articolo apparso
su “Gerarchia” alla fine di maggio 1925 e nella prima formulazione Legislativa: la «Carta del
Lavoro», approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nella seduta del 21 aprile 1927.
Per un miglior approfondimento, più sotto riporto il Discorso tenuto da Benito Mussolini.

L’articolo del maggio 1925, va sottolineato, è stato scritto in un momento determinante per
le sorti della Nazione.
Infatti, fu pensato:
= ad appena tre anni dalla fiducia concessa a Benito Mussolini.
= a poco più di un anno dal plebiscitario risultato alle democratiche elezioni del 6 aprile 1924,
quando questo Partito ottenne il 64,9% dei voti.
= a tre mesi di quel 3 gennaio 1925, quando Mussolini, dopo l’abbandono del Parlamento da parte
dell’opposizione, assunse i pieni poteri.

 

Questo per spiegare il clima in cui il pezzo nasceva, le sue parti salienti – al fine dell’esame
sulla nascita dello «Stato Nazionale del Lavoro» – penso di indicarle tra queste:
«L’antitesi diretta – capitalismo-proletariato – di origine marxista esula completamente dal
Sindacalismo Fascista, il quale l’ha praticamente superata nel campo agricolo e ha tentato di
superarla col famoso “Patto di Palazzo Chigi”, anche nel campo industriale. Le Corporazioni
possono sperare di migliorare le sorti dei loro Sindacati, se il capitalismo è potente, non già se il
capitalismo è debole, statico, pauroso.»
«Le tre forze storiche da noi prese in esame – nazione, capitale, corporazioni – non sono in antitesi

irriducibile come predicarono – con imprecisa visione dei fenomeni econonici – i socialisti, ma sono
in rapporto di stretta interdipendenza fra di loro, dalla quale interdipendenza scaturisce la necessaria
coordinazione. in questa chiara nozione è il nocciolo del sindacalismo fascista per il quale la collaborazione
è regola e la non collaborazione l’eccezione.»

In calce, il testo completo dell’articolo apparso su “Gerarchia”.

La Carta del Lavoro approvata il 21 aprile 1927 è complessa ed ampiamente esaustiva; e,
anche per questa allego l’originale; purtuttavia, voglio richiamare alcune delle «Dichiarazioni» in
essa contenute.
La prima parte è rubricata come : «dello Stato Corporativo e della sua organizzazione», che
è quella dove meglio rifulge la natura assolutamente innovativa del Corporativismo.
Significative sono:
= la prima dichiarazione, che definisce la «Nazione italiana» come «un organismo avente fini,
vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli degli individui divisi o raggruppati
che la compongono.», concludendo che essa: «è una unità morale, politica ed economica, che si
realizza integralmente nello Stato fascista»;
= interessante anche la seconda; in essa – partendo dall’antico principio già presente nel sotto
titolo del «Popolo d’Italia», definito «Quotidiano dei combattenti e dei produttori» – «il lavoro,
sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere
sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato.» Proseguendo la dichiarazione,
si tova un punto, che – in aperto contrasto con il concetto del «libero scambio» [che nessuna tutela
da alla sicurezza economica e alla dignità della Nazione] – dispone: «Il complesso della produzione
è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obbiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere
dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.»
= per la terza, «solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha
il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è
costituito»,
= da questo presupposto, la quarta dichiarazione afferma che «nel Contratto Collettivo di Lavoro
trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la
conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione
agli interessi superiori della produzione.»,
= conciliazione che porta alla quinta dichiarazione che definisce «la Magistratura del Lavoro»
come «l’organo con cui lo Stato interviene a regolare le controversie del lavoro, sia che vertano
sull’osservanza dei patti e delle altre norme esistenti, sia che vertano sulla determinazione di nuove
condizioni del lavoro.»
= importanti affermazioni sono contenuti nella sesta dichiarazione: «Le corporazioni
costituiscono l’organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano
integralmente gli interessi. Quali rappresentanti degli interessi unitari della produzione, le
corporazioni possono dettar norme obbligatorie sulla disciplina dei rapporti di lavoro e anche
sul coordinamento della produzione tutte le volte che ne abbiano avuto i necessari poteri dalle
associazioni collegate.»;

 

= la settima è una delle dichiarazioni cardine, perché è in essa tutta la peculiarità che pone l’Ideale
Fascista in contrasto con il Socialismo, negatore dell’iniziativa privata, e il liberalismo, negatore
della “Umanità del Lavoro”: «Lo Stato corporativo considera l’iniziativa privata nel campo
della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della Nazione.», poi,
meglio precisando: «L’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse
nazionale, l’organizzatore dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte
allo Stato. Dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di
doveri.»
= altra dichiarazione altamente significativa è la nona che specifica i soli casi in cui lo Stato deve
intervenire a tutela del bene e della dignità della Nazione (e quindi della collettività!): «L’intervento
dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente
l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può
assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta.».
Prima di concludere, è importante riportare l’ultima parte della Carta, intitolata: «della
Previdenza, dell’Assistenza, dell’Educazione e della Istruzione.»
Di queste richiamo
= la ventiseiesima dichiarazione, per cui: «La previdenza è un’alta manifestazione del
principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore d’opera devono concorrere
proporzionalmente agli oneri di essa. Lo Stato, mediante gli organi corporativi e le associazioni
professionali, procurerà di coordinare e di unificare, quanto è più possibile, il sistema e gli istituti
della previdenza.»
= e la ventisettesima che stabilisce: «Lo Stato fascista si propone: 1°) il perfezionamento
della assicurazione infortuni; 2°) il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità;
3°) l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento alla
assicurazione generale contro tutte le malattie; 4°) il perfezionamento della assicurazione contro
la disoccupazione involontaria; 5°) l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani
lavoratori.»
Per un miglior approfondimento, più sotto riporto il testo originale.

 

Carissimi!

È inutile che ci prendiamo in giro, illudendoci.
Dai brevi richiami, possiamo concordare che ci troviamo perfettamente nella situazione di
cui parlava il Duce nel celebre discorso del 1934 (collegato agli altri due atti). Esso segna il punto
conclusivo del lungo iter percorso da Benito Mussolini per la fondazione dello «Stato Nazionale del
Lavoro», le cui basi sono date dalle Corporazioni, armonico collegamento tra la base e il vertice del
mondo della produzione: tra Capitale e Lavoro.
La causa «nel sistema» dell’intero mondo occidentale e segnatamente in Europa, allora
come ora, è, prima di tutto, nel fatto – lamentato poi da un Uomo che certo non poteva essere
accusato di simpatie fasciste: Charles de Gaulle – che l’Unità Europea, già agognata dal nostro
Duce, non è stata un’unità politica, ma è stata concepita e posta in essere per aiutare (vorrei
dire: «arricchire»!) le banche e i grandi gruppi Finanziari, ai quali, è evidente, non interessa nulla
alla parti sane e vitali della Nazione: l’Impresa e il Lavoro!
Se esaminiamo poi la attuale situazione politica – considerato che il comunismo si è dissolto
come “nebbia al Sole” – il capitalismo-finanziario, non può essere una soluzione, perché, così come
è già fallito nell’immane tragedia cosmica del 1929, fallirà anche ora, portandoci alla rovina; la
crisi, ormai quasi secolare, è insita nel sistema liberista e parlamentare.
L’unica possiblità è e rimane quindi la attuazione dello «Stato Nazionale del Lavoro»,
propugnata dal Movimento Sociale Italiano. Mi fa piangere il cuore vedere personaggi, che hanno
visto a decine morire loro giovani Camerati, lottando per la costituzione di una Nuova Repubblica

 

Presidenziale, prospettata in un progetto di Costituzione del 1983 ad opera di Franco Franchi –
rinnegarne i principi e abbracciare nebulose soluzioni liberaloidi!
Come affermava, tra gli altri, Nino Tripodi in un Suo celebre libro in commento alla
voce: «Dottrina del fascismo», dell’«Enciclopedia Treccani», scritta da Benito Mussolini, in una
con Giovanni Gentile, il Fascismo, come Idea, è sempre attuale ed è l’unica, seria idea che possa
risollevarci e l’Idea, non corrisponde al Regime, da qui il concetto caro al Movimento Sociale «del
non rinnegare e del non rostituire»!
Quando leggerete gli interessanti originali che Vi sottopongo, non dovete lasciarvi fuorviare
dai richiami fatti da Benito Mussolini allo Stato retto da un Partito Unico e non aperto a soluzioni
democratiche. Il Fascismo non porta necessariamente a quel tipo di Stato che resse le sorti del
Regno di Italia dal 3 gennaio 1925 al 25 luglio 1943. Se si esamina, frigido pacatoque animo,
la storia dell’origine della presa dei poteri da parte del Fascismo, ci si accorge che i primi
importanti momenti del regime sono sorti e si sono sviluppati in un Parlamento, che era
stato democraticamente eletto 1921 e che aveva al suo interno appena trentacinque deputati
Fascisti.
Infatti, completata nei giorni 28-31 dell’ottobre 1922 la Rivoluzione delle Camicie
Nere, con la quale queste reagirono allo stallo politico, derivato dal sistema che vigeva sotto
l’inconcludente Stato liberale, Benito Mussolini – ricevuto l’incarico da Sua Maestà il Re Vittorio
Emanuele III – ottenne la fiducia il 17 novembre 1922 da 306 deputati su 429 presenti, in un
Parlamento dove, ricordiamolo, sedevano solo trentacinque deputati del Partito Nazionale Fascista.
Lo stesso Parlamento il successivo 25 novembre accorderà i pieni poteri a Benito Mussolini,
con 275 voti a favore su 365 presenti e partecipanti e 90 contrari. In questo caso, la Camera dei
Deputati (che, va sempre sottolineato, aveva nel suo seno solo trentacinque Deputati del Partito
Nazionale Fascista) aveva conferito i pieni poteri con una schiacciante maggioranza, al limite del
plebiscitario, del 75,34% dei partecipanti al voto.
Nel giugno del 1923 veniva presentato alla Camera il «Disegno di Legge per la Riforma
della Legge Elettorale» che prevedeva l’abolizione del sistema uninominale, la adozione del
Collegio Unico Nazionale e di un «premio di maggioranza», in base al quale il Partito che avesse
ottenuto il 25% dei voti validi, avrebbe conquistato i due terzi dei seggi (356) in Parlamento. Il 16
luglio 1923, il Parlamento, in cui sedevano solamente trentacinque Deputati del Partito Nazionale
Fascista, pari al 6,55% dell’Assemblea, approvava il Disegno di Legge con 303 voti contro 140,
pari ad una percentuale del 68,39% dei presenti e partecipanti.
Alle elezioni del 6 aprile 1924, la Lista del Partito Nazionale Fascista [al cui interno
risultarono elette personalità quali: Luigi Pirandello; Arturo Toscanini (sì, proprio lui!); Sem
Benelli (sì, sempre un altro famoso “antifascista”!)], ottenne il 64,9% dei voti.
La fine traumatica di una possibilità di avere un Governo Fascista retto da un sistema
democratico ha solo due nomi: Giacomo Matteotti, che, requiescat in Deo, è il primo responsabile e
Amerigo Dumini.
Giacomo Matteotti, seguendo una tradizione mai interrotta nei politici di sinistra ogni
qualvolta non riescano a vincere le elezioni, gridò il suo sdegno per ipotetici brogli elettorali (la
Lista del PNF ottenne 4.635.448 voti cioè il 64,9%!… risum teneatis!). Questo violento discorso,
che poteva essere appunto sommerso da una corale risata, fece balenare al Dumini l’idea inutile,
assurda di dare «una lezione» (!?) al bischero di turno.
La reazione dell’opposizione si pose, quanto a stupidità, su un livello simile, dando luogo
allo sterile gesto, alquanto infantile, dell’«Aventino». Tale situazione, pur non impensierendo, né
ponendo in dubbio la perfetta legittimità del Governo, esplicitamente sostenuto dalla Maestà del
Re, portò al famosissimo discorso del 3 gennaio 1925, quando Mussolini invitò gli avversari a
denunciarlo davanti al Senato, riunito in Alta Corte di Giustizia ai sensi e per gli effetti dell’art.
47 dello Statuto Fondamentale del Regno, così tra l’altro proclamando: «Se le frasi più o meno
storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il Fascismo non è stato

che olio di ricino e manganello e non invece una superba passione della migliore gioventù Italiana,
a me la colpa! Se il Fascismo è stato un’associazione a delinquere, se tutte le violenze sono state il
risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché
questo clima storico, politico, morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento fino
ad oggi!»
Questo credo che tranquillizzi tutti sulla perfetta compatibilità dell’Idea Fascista con un
sistema democratico moderno (il comportamento del Movimento Sociale Italiano nel suo quasi
mezzo secolo di esistenza e la sua proposta di riforma costituzionale lo ribadiscono!).
Se non vogliamo cadere vittime di simpatici comici, che, però, sono e restano tali, non si
può certo sperare che gli attuali due Partiti maggiori possano offrire una qualsiasi possibilità di
uscire da questa crisi che, si è visto, è nel sistema, un sistema che si accontenta di sopravvivere,
ingannando il popolo! Del resto la crisi non è solo nel sistema italiano, ma, peggio, è in Europa.
Ergo, si deve sperare che i Movimenti, che si ispirano ai principi sopra ampiamente
menzionati, lascino da parte eventuali incomprensioni e si sforzino di trovare un minimo-comun-
divisore che consenta loro di reagire, coinvolgendo soprattutto le forze della Tradizione Nazionale e
Sociale Europee!…

Qui riportati i testi integrali degli atti richiamati

 

L’articolo apparso su “Gerarchia” alla fine di maggio 1925

 

«= I. =
«I grandi scioperi metallurgici di Lombardia del marzo scorso, le polemiche che vi fiorirono in margine,
le recenti mozioni del Gran Consiglio nella sua sessione di aprile, e le notizie indiscrete sul lavoro della
Commissione dei Diciotto, hanno rimesso sul primo piano delle discussioni il Sindacalismo Fascista. Per
ben tre anni l’esistenza di un Sindacalismo Fascista, cioè di un Movimento Sindacale guidato da Fascisti
e orientato verso le Idee del Fascismo, fu ostinatamente negata. Ci voleva, per dissuggellare gli occhi dei
ciechi volontari e fanatici, il fatto clamoroso: lo sciopero che mettesse in campo le Forze Sindacali del
Fascismo e che desse in pari tempo allo stesso Sindacalismo Fascista una più risoluta nozione della sua
forza e delle sue possibilità di azione. Prospettati da questo punto di vista, gli scioperi del marzo hanno una
loro particolare importanza: si tratta di Scioperi Fascisti, effettuati dopo quasi tre anni di Governo Fascista;
si tratta di scioperi che documentano l’esistenza di un “fatto” e di una realtà imponente. Il Sindacalismo
Fascista è oramai una realtà nazionale attuale, dalla quale non si può prescindere. Le “Corporazioni” non
sono entità astratte, ma entità concrete.
«Per quanto altri l’abbiano già fatto, vale ancora la pena di proporsi di studiare, come, quando e dove sia
nato il Sindacalismo Fascista; quali siano gli elementi fondamentali della sua ideologia; quali le sue forze
presenti; quali le sue possibilità future.
«Mi piego volentieri a questa fatica perché vedo nel Sindacalismo Fascista un grande serbatoio di forze
umane per il Fascismo, un mezzo potente di elevazione morale e materiale delle vaste masse che stanno alla
base della società nazionale.
«Mi prefiggo inoltre di interessare i Fascisti allo studio e all’amore di questo movimento che costituisce una
delle “novità” della Rivoluzione Fascista e una delle sue massime garanzie.
«= II. =
«Per tutto il 1919 non si può parlare di un Sindacalismo Fascista, nemmeno in embrione. C’erano fra i
gregari dei cinquanta Fasci di Combattimento rappresentati al primo memorabile Congresso di Firenze
dell’ottobre 1919, molti operai, quasi tutti superstiti dei Fasci d’Azione Rivoluzionaria Interventista del
1915, ma non potevano costituire alcun nucleo Sindacale, nemmeno interno. La situazione Sindacale non
migliorò durante tutto l’anno 1920, quantunque i Fasci si moltiplicassero e si spingessero anche assai
lontano dai centri principali. È solo nel 1921, quando il Fascismo irrompe – dopo gli agguati socialisti
di Bologna, Modena, Ferrara – nella Valle Padana e vi sommerge ad uno ad uno tutti i fortilizi materiali
e morali delle organizzazioni socialiste; è solo allora che il Fascismo, diventato fenomeno di masse e di
masse rurali, come già a suo tempo dimostrai in queste stesse pagine, vede quasi scoppiare dinanzi a sé il
fenomeno sindacale, in tutta la sua vastità, con tutti i suoi problemi tecnici e umani. L’esodo delle masse dai
vecchi ai nuovi Sindacati fu tumultuaria, come la fiumana di un torrente che si rovescia in un altro alveo.

Riconosco che il rapido declinare della potenza dei rossi fu dovuto in primo luogo all’azione bellicosa del
Fascismo, alla quale i “parolai” di quell’altra rivoluzione non erano moralmente preparati e anche a due
fatti quasi contemporanei e di vaste ripercussioni politiche e morali: il fallimento della occupazione delle
fabbriche in Italia sul finire del 1920 e la carestia in Russia. Il 1921 fu un anno decisivo per il Fascismo
italiano: esso si trovò di fronte e risolse tre poderosi problemi: l’organizzazione armata delle squadre;
il Movimento Sindacale; la trasformazione del “Movimento” in partito politico, trasformazione che fu
ratificata dal grande congresso del novembre a Rorna.
«= III. =
«Nel dicembre del 1921, il Partito precisa il suo programma di lavoro; e prende questa posizione di
fronte al Sindacalismo: “Il Fascismo – è detto nel Programma-Statuto – non può contestare il fatto storico
dello sviluppo delle Corporazioni, ma vuole coordinare tale sviluppo ai fini nazionali. Le Corporazioni
vanno promosse secondo due obiettivi fondamentali, e cioè come espressione della Solidarietà Nazionale
e come mezzo di sviluppo della produzione. Le Corporazioni non debbono tendere ad annegare l’individuo
nella collettività livellando arbitrariamente le capacità e le forze dei singoli, ma anzi a valorizzarle e a
svilupparle”. In questa schematica dichiarazione non vi sono tutti gli elementi di una dottrina ma gli spunti
di una dottrina. Ci sono dei germi. C’è l’accettazione del fatto sindacale e il suo coordinamento ai “fini
nazionali”. C’è la considerazione della “produzione” di cui le Corporazioni devono essere elemento creatore.
C’è – infine – la ripulsa dell’egualitarismo socialistico e l’adesione al concetto delle necessarie varietà e
gerarchie. Non vi si parla del “metodo” di attuazione del Sindacalismo Fascista. Lo si ritiene di competenza
specifica delle Corporazioni. Segue invece nello stesso capitolo programmatico un elenco dei postulati, che
il Partito Nazionale Fascista si proponeva di agitare a favore delle classi lavoratrici e impiegatizie.
«Vale la pena di riprodurlo per documentare che tali postulati sono stati realizzati dalla Rivoluzione,
attraverso l’opera del Governo Fascista.
«= 1°) “La promulgazione di una Legge dello Stato che sancisca per tutti i salariati la giornata legale media
di otto ore, colle eventuali deroghe consigliate dalle necessità agricole ed industriali”.
«Tale Legge dello Stato esiste sino dal 1923 ed è merito esclusivo del Governo Fascista l’averla adottata,
in omaggio a quelle convenzioni sociali di Washington, nella ratifica delle quali – compresa quella delle
otto ore – l’Italia Fascista è in testa a tutte le Nazioni del Mondo. È di ieri il voto della Camera dei Comuni,
contraria alla ratifica della convenzione delle otto ore, il che deve avere provocato qualche scompiglio al
Bureau International du Travail e qualche pena all’anima di Alberto Thomas, che del “BIT” è il massimo
“lama”.
«= 2°) “Una Legislazione Sociale aggiornata alle necessità odierne, specie per ciò che riguarda gli Infortuni,
l’Invalidità e la Vecchiaia dei Lavoratori sia agricoli che industriali o impiegatizi, sempre che non inceppi
la produzione”. Se volessi elencare tutte le Provvidenze d’Ordine Sociale adottate dal Governo Fascista,
riempirei alcune pagine con la semplice numerazione dei Decreti. Ricorderò solo l’ultima: l’erezione in
Ente Morale e la concessione di un milione all’Opera Nazionale del Dopolavoro, la cui importanza ai fini
dell’Educazione Fisica ed. Intellettuale delle Classi Lavoratrici è già grandissima e più aumenterà nel
futuro.
«= 3°) “Una Rappresentanza dei Lavoratori nel funzionamento di ogni industria limitatamente per ciò che
riguarda il personale”. Questo postulato deve essere considerato da una parte come un riflesso dei tempi in
cui il Governo di allora nominava una specie di Commissione per effettuare un’inchiesta sulla produzione e
per determinare eventualmente le modalità di un controllo sulle fabbriche e dall’altra parte esso postulato
segna chiaro il limite della competenza e dell’intervento dei Lavoratori nel funzionamento delle industrie.
«= 4°) “L’affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici ad organizzazioni sindacali che
ne siano moralmente degne e tecnicamente preparate”. Con che sì veniva a porre un principio, ma se ne
determinavano subito le condizioni di possibilità.
«= 5°) “La diffusione della piccola proprietà in quelle zone e per quelle coltivazioni che produttivamente
lo consentono”. Anche qui il postulato Sindacale-Fascista si poneva sul solido terreno produttivista. Non
la piccola proprietà per la piccola proprietà – come l’arte per l’arte – con fini di semplice conservazione
sociale, ma la piccola proprietà, là dove e quando essa aumenti il patrimonio della effettiva ricchezza e
potenza nazionale.
«= IV. =
«Il Sindacalismo Fascista, prima di essere nazionale fu provinciale e regionale. L’unità nazionale delle
Corporazioni venne assai dopo: quando tutte le file furono riordinate, quando attraverso discussioni di

congressi e di giornali apparvero definite le linee programmatiche del Sindacalismo Nazionale. Le linee che
distinguono il nostro Sindacalismo dall’altrui sono le seguenti: accettazione dell’idea di Patria come realtà
tangibile e intangibile, il che esclude gli internazionalismi impegnativì e politici destinati a rifrantumarsi
alla prima occasione, ma non esclude gli utili contatti internazionali, dove sia dato difendere il Lavoro
Italiano, come le Corporazioni hanno fatto e faranno nei congressi ginevrini. L’accettazione dell’idea di
Patria, significa la subordinazione consapevole delle Masse Sindacali Fasciste alle esigenze pacifiche
o guerresche della Nazione. L’importanza di questa accettazione è ovvia ed immensa. In secondo luogo
il Sindacalismo Fascista considera l’elemento Capitale, non come un elemento da sopprimere – il che è
praticamente e storicamente assurdo – ma come un elemento da liberare e da potenziare. Qui la posizione
del Sindacalismo Fascista è originale. Liberare e potenziare il capitale, soprattutto in Italia, dove il capitale
– essendo di formazione recentissima – trova maggiori difficoltà ad espandersi, perché i buoni posti sono
occupati dalle Nazioni che già da un secolo sono capitalistiche, mentre la nostra storia capitalistica si può
dire che comincia con la guerra e con il dopoguerra. Le Corporazioni hanno un interesse diretto a che
il capitale italiano sia il più possibile libero da ceppi interni od esterni. L’antitesi diretta – capitalismo-
proletariato – di origine marxista esula completamente dal Sindacalismo Fascista, il quale l’ha praticamente
superata nel campo agricolo e ha tentato di superarla col famoso “Patto di Palazzo Chigi”, anche nel campo
industriale. Le Corporazioni possono sperare di migliorare le sorti dei loro Sindacati, se il capitalismo è
potente, non già se il capitalismo è debole, statico, pauroso. Da queste premesse scaturisce la posizione
del terzo elemento tecnico-operaio. La sua sorte particolare è legata, in primo luogo, alla sorte generale
della Nazione. Se la Nazione è oppressa, la massa operaia è oppressa. Se la Bandiera della Nazione è
rispettata, anche gli operai che appartengono a quella Nazione sono rispettati. La gerarchia delle Nazioni
si riverbera sulla posizione delle loro classi operaie. Gli organizzatori di una Nazione vittoriosa hanno una
posizione di preminenza anche nel campo operaio. È il caso classico della Germania dal 1870 al 1914. Il
centro dell’attività proletaria, dopo la disfatta della Francia, va da Parigi a Berlino. Oggi è in America.
L'”Ameriean Federation of Labor” occupa un posto di privilegio nell’organizzazione mondiale.
«Né può l’elemento tecnico-operaio disinteressarsi della sorte del capitale e del capitalismo, il primo
considerato come strumento, il secondo come sistema sociale. Le condizioni della classe operaia sono legate
alle condizioni di sviluppo del suo proprio capitalismo. Un sistema di dazi doganali che restringa – ad
esempio – le possibilità di espansione del capitalismo italiano, si ripercuoterà fatalmente sulle condizioni
delle masse lavoratrici. Meno lavoro, meno salario, meno benessere. Un’industria battuta dalla concorrenza
estera, è un disastro per gli operai che vi sono impiegati. Il Sindacalismo sa che le rivendicazioni operaie
salariali spinte oltre un certo limite, incontrano ostacoli insuperabili di ordine obiettivo, che non si possono
superare se non coll’artificio, foriero di crisi.
«D’altra parte, la Nazione, intesa nel suo complesso di forze politico-morali, non può prescindere dal
destino delle moltitudini che lavorano, poiché il suo interesse immediato e mediato è di inserirle – come più
volte fu detto – nel suo organismo e nella sua Storia. Altrettanto dicasi dei Datori di Lavoro, i quali hanno
un interesse obiettivo a tenere il più possibile alto lo standard of life dei loro operai, poiché ciò significa
maggiore tranquillità nelle officine, maggiore e migliore rendimento delle prestazioni, quindi maggiori
possibilità di vincere la concorrenza altruì. Un capitalista intelligente non può sperar nulla dalla miseria.
Ecco perché i capitalisti intelligenti non si occupano soltanto di salari, ma anche di case, scuole, ospedali,
campi sportivi per i loro operai.
«Da quanto sopra risulta chiaro che le tre forze storiche da noi prese in esame – nazione, capitale,
corporazioni – non sono in antitesi irriducibile come predicarono – con imprecisa visione dei fenomeni
econonici – i socialisti, ma sono in rapporto di stretta interdipendenza fra di loro, dalla quale
interdipendenza scaturisce la necessaria coordinazione. In questa chiara nozione è il nocciolo del
sindacalismo fascista per il quale la collaborazione è regola e la non collaborazione l’eccezione. Tale
concezione del Sindacalismo Fascista trovò la sua espressione nell’«Ordine del Giorno votato a Palazzo
Chigi il 19 dicembre del 1923», in una riunione tenutasi sotto la mia Presidenza fra i rappresentanti delle
Corporazioni e quelli della Confederazione dell’Industria. Vale la pena di riprodurre quell’ordine del
giorno:
«”La Confederazione Generale dell’Industria Italiana e la Confederazione Generale delle Corporazioni
Sindacali Fasciste;
«”intendendo armonizzare la propria azione con le direttive del Governo Nazionale che ha ripetutamente
dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti le industrie, dei tecnici e degli operai come il
mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della Nazione;

«”riconoscendo la completa esattezza di questa concezione politica e la necessità che essa sia attuata dalle
forze produttive nazionali;
«”dichiarano che la ricchezza del Paese, condizione prima della sua forza politica, può rapidamente
accrescersi e che i lavoratori e le aziende possono evitare i danni e le perdite delle interruzioni lavorative,
quando la concordia fra i vari elementi della produzione assicuri la continuità e la tranquillità dello sviluppo
industriale;
«”affermano il principio che l’Organizzazione Sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile
contrasto di interessi tra Industriali ed Operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali
rapporti fra i singoli datorí di lavoro e lavoratori e fra le Organizzazioni Sindacali, cercando di assicurare
a ciascuno degli elementi produttivi le migliori condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni ed i più
equi compensi per l’opera loro, il che si rispecchia anche nella stipulazione di Contratti di Lavoro secondo lo
spirito del Sindacalismo Nazionale;
«”e decidono:
« “a) che la Confederazione dell’Industria e la Confederazione delle Corporazioni Fasciste intensifichino la
loro opera diretta ad organizzare rispettivamente gli industriali ed i lavoratori con il reciproco proposito di
collaborazione;
« “b) di nominare una Commissione permanente di cinque membri per parte, la quale provveda alla migliore
attuazione dei concetti su esposti sia al centro sia alla periferia, collegando gli organi direttivi delle due
Confederazioni, perché l’azione sindacale si svolga secondo le direttive segnate dal Capo del Governo.”
«Quest’ordine del giorno sollevò allora vivaci polemiche e facili ironie. Il Sindacalismo Fascista veniva
intanto riconosciuto come unico rappresentante delle masse operaie industriali. Per tutto il 1924, il
Sindacalismo Fascista fu sottoposto a un gioco che consisteva nel gridargli: “schíavista!” se non faceva
sciopero e “anticollaborazionista!” se lo faceva. Finalmente questa situazione venne, come accade sempre,
risolta dal “fatto” e non dal ragionamento. Il “fatto” degli scioperi del marzo. Con questi scioperi il
Sindacalismo Fascista poteva definire nettamente le sue posizioni: movimento collaborazionista di regola,
ma senza esclusione pregiudiziale assoluta di lotta.
«Già nel 1924 c’erano stati Scioperi Fascisti nel Valdarno e in Lunigiana. Davanti a quelli di Lombardia
bisognava oramai dare il diritto di cittadinanza allo sciopero, anche nella concezione del Sindacalismo
Fascista: uno sciopero che sia l’eccezione nei rapporti fra Capitale e Lavoro, così come la guerra è
l’eccezione nei rapporti fra i popoli. Io stesso presentai ed illustrai gli ordini del giorno che qui ripubblíco,
perché restino consegnati a queste pagine:
«”Il Gran Consiglio, presente il Direttorio delle Corporazioni, riafferma i suoi postulati di collaborazione fra
tutti gli elementi della produzione purché tale collaborazione sia intelligente e reciproca;
«”considera lo sciopero effettuato dalle Corporazioni come un atto di guerra al quale – eccetto per i
pubblici servizi – si può fare ricorso quando tutti i mezzi pacifici siano stati tentati ed esauriti, poiché lo
sciopero danneggia i datori di lavoro, ma incide sui bilanci operai, e arresta il ritmo della produzione, del
che approfittano immediatamente le vigili concorrenze straniere per ostacolare la nostra indispensabile
espansione economica nel mondo;
«”stabilisce nettamente la differenza tra lo sciopero Fascista che è una eccezione ed ha in se stesso i suoi
obbiettivi definiti, e lo sciopero socialista che fu una regola ed è sempre considerato e praticato come un atto
di cosiddetta ginnastica rivoluzionaria a fini remoti ed irraggiungibili;
«”determina che nella eventualità dì una proclamazione ed attuazione dello sciopero deve essere evitato ogni
inutile allargamento del movimento e la proclamazione di scioperi di solidarietà i quali, come una lunga, e
dolorosa esperienza ha dimostrato, non giovano agli operai in sciopero, e ne aumentano il disagio;
«”stabilisce che chiamandosi le Corporazioni Fasciste ed essendo in realtà una grande ed originale creazione
del Fascismo, lo sciopero deve avere l’autorizzazione preventiva degli Organi Supremi delle Corporazioni e
del Partito, senza di cui il Partito avrà la facoltà di sconfessare il movimento ed i suoi iniziatori;
«”si dovrà procedere anche ad una revisione dei quadri dei dirigenti del Movimento Sindacale. I Segretari
Provinciali devono essere nominati di comune accordo tra le Corporazioni con il Partito e le Federazioni
provinciali Fasciste;
«”il Gran Consiglio dichiara che questa mozione é fondamentale ed invita tutti gli Organi delle Corporazioni
e del Partito a pubblicarla nei giornali, ad illustrarla ai Sindacati e ad attenervisi rigorosamente con quel
senso di consapevole disciplina che é la caratteristica, il privilegio e l’orgoglio del Fascismo Italiano;
«”Il Gran Consiglio, udite le dettagliate relazioni dei membri del Direttorio delle Corporazioni per le singole
industrie, prende atto con vivissima soddisfazione del l’imponente sviluppo organizzativo delle Corporazioni;

«”richiama talune organizzazioni di datori di lavoro al rispetto dei postulati del concordato di Palazzo Chigi,
altrimenti il Fascismo prenderà le misure necessarie onde spezzare il monopolio di quelle organizzazioni che
anteponessero ciecamente i loro interessi individuali a quelli della produzione e della Nazione.
«Il Gran Consiglio, presente il Direttorio delle Corporazioni Fasciste, prese in attento esame le vicende di
ordine sindacale culminate nello scorso mese di marzo nello sciopero generale metallurgico in Lombardia,
constata, a confusione di tutti gli avversari, che il Sindacalismo Fascista può contare su forze imponenti
anche fra le masse operaie urbane, come é documentato irrefutabilmente dai seguenti fatti:
« “1°) in tutte le città della Lombardia, da Brescia a Varese, da Bergamo a Mantova, le maestranze
metallurgiche hanno abbandonato e ripreso il lavoro obbedendo esclusivamente agli ordini delle
Corporazioni;
« “2°) nella stessa città di Milano l’ordine di ripresa del lavoro dato dalle Corporazioni dopo l’accordo con
gli industriali, fu seguito da ben 5697 operai il primo giorno, che salirono a 9748 nel secondo giorno, come
stamparono gli stessi fogli antifascisti, il che consigliò la «FIOM» a non insistere in una battaglia già da essa
clamorosamente perduta;
« “3°) nello stesso periodo di tempo ed in quello immediatamente successivo le Corporazioni Fasciste
stipularono concordati metallurgici nell’Emilia, nel Veneto, nell’Umbria, nella Liguria ed altri concordati
nazionali in altre industrie interessanti centinaia di migliaia di operai, nonché l’odierno concordato che
interessa tutti gli impiegati metallurgici di Lombardia.
«”Ciò precisato, il Gran Consiglio, mentre saluta con schietta solidarietà le moltitudini operaie raccolte nelle
Corporazioni, riafferma la necessità del Sindacalismo Fascista che deve non solo migliorare le condizioni
dei lavoratori manuali, tecnici ed intellettuali, ma preparare la inserzione graduale ed armonica déi Sindacati
stessi nella vita dello Stato, onde le masse lavoratrici siano sempre più un consapevole elemento di
collaborazione per la prosperità e la grandezza della Nazione.”
«Questi ordini del giorno hanno bisogno di postille.
«= V. =
«Liquidata da una parte la posizione retrospettiva degli scioperi e precisate le linee del futuro, è necessario
ora esaminare la consistenza effettiva delle Forze Sindacali Fasciste. Faccio ammenda di un mio precedente
scetticismo in materia. La presa di contatto fra lo Stato Maggiore delle Corporazioni Sindacali Fasciste
e il Gran Consiglio, è stata, a tal riguardo, utilissima. Non solo il Sindacalismo Fascista esiste, ma
dispone di forze numeriche imponenti tanto fra le masse rurali, come fra le masse urbane. L’ipotesi di un
Sindacalismo di eccezione, limitato a talune categorie particolarmente privilegiate di salariati, di tecnici
o di professionisti, è stata oltrepassata dalla realtà. Il Sindacalismo Fascista è oramai un fenomeno di
masse e tale deve restare. Dalle relazioni che mi furono cortesemente rimesse in sedute del Gran Consiglio
dai Segretari delle Corporazioni e che io ho, di poi, attentamente esaminate, risulta non solo l’efficienza
numerica delle Corporazioni, ma la documentazione delle notevoli e incessanti conquiste da esse realizzate.
«La Corporazione dell’Impiego non ha che due anni di vita, e già conta ben “trentanove Sindacati
Nazionali”. Essa ha ottenuto per gli impiegati degli Enti Locali miglioramenti che vanno dal 10% al
50% d’aumento sugli stipendi di prima. Per gli impiegati degli Istituti Privati di Assicurazione sono stati
conclusi patti di migliorameuto notevoli, quali, ad esempio, quello per la “Fondiaria” di Firenze, col quale si
apportano aumenti medi di circa 300 lire mensili per ogni impiegato; quelli stipulati a Genova con l’Istituto
Nazionale Assicurazioni (Agenzia Generale), con l’Istituto Riassicurazioni Generali, e con la Cassa Navale,
che portano aumenti medi del 35% sugli emolumenti già percepiti; quello stipulato a Milano che porta
aumenti variabili da L. 500 a L. 1400 annue per varie categorie di dipendenti.
«Segue nella relazione dell’avv. Lusignoli, che è il solerte e diligente Segretario della Corporazione, un
lungo elenco di concordati in centinaia di località per tutte le diverse categorie di impiegati. Secondo il doti.
Luigi Razza, la Corporazione del Teatro, divisa in 16 Sindacati Nazionali, conta 21.427 aderenti. Si sono
conseguiti miglioramenti in misura variabile fra il 10% e il 30%. Il Sindacato Nazionale Fascista “Monopoli
Industriali” ha 12.000 inscritti divisi nelle 24 manifatture. Il Sindacato Nazionale delle “Comunicazioni
Secondarie”, sorto sin dal 1921, raccoglie buona parte dei ferrotranvieri italiani. Esso superò brillantemente
la prima prova nell’agosto del 1922, quando contribui al fallimento dello sciopero generale antifascista
proclamato dall’Alleanza del Lavoro. Sotto l’egida del Sindacato, egregiamente diretto da un vecchio e
provetto organizzatore qual’è il Ciardi, si sono stipulati concordati di miglioramento ai ferro-tranvieri
nelle città di Trieste, Milano, Livorno, Messina, Brescia, Parma, Verona, Bologna, Genova, Montevarchi,
Firenze, Bergamo, Ancona, Lucca, Mestre, Pisa e in data 22 aprile scorso veniva firmato il Concordato
Nazionale fra la Corporazione e la Federazione Industriale, con un aumento medio del caro-viveri del 12%.

«Sempre in tema di inscrizioni il Sindacato Nazionale dei Lavoratori dei Porti contava alla data del 28
febbraio scorso 22.369 soci. Questo spiega anche il ritorno operoso dei porti italiani.
«La Corporazione Nazionale Sanitaria, diretta dal dott. Arnaldo Fioretti, conta 20.525 soci, dei quali 7200
medici condotti, 2400 veterinari, 2000 farmacisti, circa 7000 infermieri e altri gruppi minori.
«La Corporazione delle Professioni Intellettuali raccoglie un numero imponente di Professionisti, circa
45.000, divisi in 14 Sindacati. È una delle meglio inquadrate. Vi dedica la sua attività l’avv. Di Giacomo.
«La Corporazione dell’Ospitalità Nazionaale, che comprende il personale d’albergo, il personale dei
ristoranti e quello dei caffè, bar e affini, conta circa 47.000 soci. In ogni provincia sono stati stipulati
Contratti di Lavoro con aumenti del 25% e si è per la prima volta stipulato un Concordato Nazionale per i
Lavoratori d’Albergo. In questa Corporazione, Liberato Pozzoli ha preso il posto del compianto Armando
Casalini.
«La Corporazione Nazionale degli Addetti alle Industrie delle Costruzioni, diretta dal vecchio sindacalista
pugliese Enrico Meledandri, conta 42 Corporazioni provinciali ripartite in 610 Sindacati, con un complesso
di 127.000 soci. Un’idea dei miglioramenti conseguiti è data da queste cifre: a Gallarate lire 6,60 al giorno;
4,80 a Milano; 3,20 a Bologna; 2,80 a Roma; 2,20 a Pisa e in tutta la Toscana. Gli aumenti ottenuti dai
fornaciai variano tra il 15% e il 25%. La Corporazione degli Addetti alle Industrie Tessili ha un bell’attivo
di concordati che migliorano le condizioni dei suoi Sindacati fra il 14% e il 37%.
«La Corporazione che raccoglie il maggior numero di aderenti è quella dell’Agricoltura, creata e guidata
dall’on. Mario Racheli, tempra sicura di solido organizzatore. Gli agricoltori inscritti sono 31.319; i tecnici
2592; i coloni 116.981; i braccianti 364.255; totale 515.147. I patti colonici e concordati agricoli in genere
hanno notevolmente migliorato la condizione dei lavoratori rurali.
«Vi sono altre Corporazioni, come quella dei vetrai, dei metallurgici, dei minatori, degli insegnanti,
dell’alimentazione, per i quali non ho dati precisi. Quelli, qui raccolti, fanno salire gli effettivi delle
Corporazioni ad oltre un milione di aderenti, tenendomi ad una cifra che le statistiche ufficiali delle
Corporazioni raddoppiano. Anche facendo le dovute riduzioni, nessuno che sia in buona fede può negare
che il Sindacalismo Fascista è un fatto; che il Sindacalismo fascista è un fenomeno di masse e che il
Fascismo ha un vasto consenso fra le usasse lavoratrici.
«= VI. =
«Si consideri che tutto ciò è stato fatto in tre anni, superando gravi difficoltà di vario ordine. Bisognava
prima di tutto spezzare la impermeabilità che in talune zone era il risultato di almeno trent’anni di
propaganda socialista. La trapanazione Fascista è avvenuta anche nelle città industriali. La cifra di coloro
che a Milano sull’ordine delle Corporazioni ripresero il lavoro, e che figura nell’ordine del giorno del Gran
Consiglio più su riportato, è notevolissima. Le nostre avanguardie sono già penetrate nei campi trincerati
urbani che l’avversario riteneva imprendibili. Si tratta di mantenere e fortificare le posizioni nelle minori
città che noi abbiamo già acquisito e di allargare metodicamente la nostra occupazione in tutte le altre.
Sotto questo riguardo gli scioperi hanno favorito la nostra azione di infiltramento, perché hanno disperso
montagne di stolide calunnie e molti operai si sono convinti che Fascismo non è sinonimo di schiavismo,
che il fascismo non è la guardia del corpo di una determinata classe, ma la guardia del corpo della nazione.
Non ho bisogno di dire che la predicazione del Sindacalismo fascista non è o non era la più facile, specie nei
primi tempi. La dura verità non piace alle masse, soprattutto se hanno subìto un lungo processo di infezione
psicologica.
«Grave difficoltà era quella dei quadri, cioè degli organizzatori. Mentre il Sindacalismo socialista dispone
di un corpo di organizzatori provetti e selezionati da decenni di battaglie sindacali, i quadri del Fascismo
vengono tutti dalla guerra. Ora, gli ex ufficiali, se possono rendere servigi di primissimo ordine nella Milizia
e nel Partito, non sono altrettanto idonei a coprire i posti dei Sindacati. Qui si richiedono altre attitudini.
Comunque lo Stato Maggiore delle Corporazioni esiste. Grado grado anche i quadri minori andranno a
posto. Ultima, ma non ultima difficoltà che il Sindacalismo Fascista ha dovuto superare, è stata quella di
far comprendere a taluni datori di lavoro che il collaborazionismo non significa garanzia illimitata per
gli egoismi sordidi degli individui. Ciò ha condotto il Sindacalismo Fascista ad una maggiore mobilità di
movimenti, perché se il collaborazionismo non è reciproco, esso è una frase o una mistificazione.
«= VII. =
«Questo esame del Sindacalismo Fascista è naturalmente sommario. Se l’articolo non fosse già troppo
lungo, vi aggiungerei un’ultima parte, dedicata, ai perfezionamenti da realizzare, per fare delle
Corporazioni Fasciste uno strumento sempre più valido della Rivoluzione. Bisogna migliorarne lo
stile. Renderlo più severo nei gesti, nelle parole, negli individui. Affrontare i problemi gravissimi del

riconoscimento giuridico, della Magistratura del Lavoro, delle Corporazioni nello Stato.
«È necessario che i Fascisti tutti si interessino dei problemi sindacali e amino il Sindacalismo e ad esso
dedichino la loro energia. Il Sindacalismo, insieme con l’azione politica generale del Governo e con quella
amministrativa dei Comuni, è un mezzo potente per giungere alle Masse profonde del Popolo Italiano e per
allargare su di esse la base del Regime. Degni di alta lode sono quindi i pionieri del Sindacalismo Fascista:
con la loro oscura, spesso ingrata, ma sempre nobilissima fatica, essi giovano grandemente alla causa della
Nazione e del Fascismo.»

La Carta del Lavoro del 21 aprile 1927

dello Stato Corporativo e della sua organizzazione.
=I=
«La Nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori per potenza e durata a quelli
degli individui divisi o raggruppati che la compongono. È una unità morale, politica ed economica, che si
realizza integralmente nello Stato fascista.»
= II =
«Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere
sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato.
«Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obbiettivi sono unitari e si
riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.»
= III =
«L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e
sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori
di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito; di tutelarne, di fronte allo Stato e alle altre associazioni
professionali, gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti
alla categoria, di imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse
pubblico.»
= IV =
«Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della
produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro
subordinazione agli interessi superiori della produzione.»
=V=
«La Magistratura del lavoro è l’organo con cui lo Stato interviene a regolare le controversie del lavoro, sia
che vertano sull’osservanza dei patti e delle altre norme esistenti, sia che vertano sulla determinazione di
nuove condizioni del lavoro.»
= VI =
«Le associazioni professionali legalmente riconosciute assicurano l’uguaglianza giuridica tra i datori
di lavoro e i lavoratori, mantengono la disciplina della produzione e del lavoro e ne promuovono il
perfezionamento.
«Le corporazioni costituiscono l’organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano
integralmente gli interessi.
«In virtù di questa integrale rappresentanza, essendo gli interessi della produzione interessi nazionali, le
corporazioni sono dalla legge riconosciute come organi di Stato.
«Quali rappresentanti degli interessi unitari della produzione, le corporazioni possono dettar norme
obbligatorie sulla disciplina dei rapporti di lavoro e anche sul coordinamento della produzione tutte le volte
che ne abbiano avuto i necessari poteri dalle associazioni collegate.»
= VII =
«Lo Stato corporativo considera l’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più
efficace e più utile nell’interesse della Nazione.
«L’organizzazione privata della produzione essendo una funzione di interesse nazionale, 1’organizzatore
dell’impresa è responsabile dell’indirizzo della produzione di fronte allo Stato. Dalla collaborazione delle
forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e di doveri. Il prestatore di opera, tecnico, impiegato,
ed operario, è un collaboratore attivo dell’impresa economica, la direzione della quale spetta al datore di
lavoro che ne ha la responsabilità.»
= VIII =

«Le associazioni professionali di datori di lavoro hanno l’obbligo di promuovere in tutti i modi l’aumento, il
perfezionamento della produzione e la riduzione dei costi. Le rappresentanze di coloro che esercitano una
libera professione o un’arte e le associazioni di pubblici dipendenti concorrono alla tutela degli interessi
dell’arte, della scienza e delle lettere, al perfezionamento della produzione e al conseguimento dei fini
morali dell’ordinamento corporativo.»
= IX =
«L’intervento dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente
l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la
forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta. »
=X=
«Nelle controversie collettive del lavoro l’azione giudiziaria non può essere intentata se l’organo
corporativo non ha prima esperito il tentativo di conciliazione.
«Nelle controversie individuali concernenti l’interpretazione e la applicazione dei contratti collettivi di
lavoro, le associazioni professionali hanno facoltà di interporre i loro uffici per la conciliazione.
«La competenza per tali controversie è devoluta alla Magistratura ordinaria, con l’aggiunta di assessori
designati dalle associazioni professionali interessate.»
del Contratto Collettivo di Lavoro e delle garanzie del lavoro.
= XI =
«Le associazioni professionali hanno l’obbligo di regolare, mediante contratti collettivi, i rapporti di lavoro
fra le categorie di datori di lavoro e di lavoratori, che rappresentano.
«Il contratto collettivo di lavoro si stipula fra associazioni di primo grado, sotto la guida e il controllo delle
organizzazioni centrali, salva la facoltà di sostituzione da parte dell’associazione di grado superiore, nei
casi previsti dalla legge e dagli statuti.
«Ogni contratto collettivo di lavoro, sotto pena di nullità, deve contenere norme precise sui rapporti
disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura e sul pagamento della retribuzione, sull’orario di lavoro.»
= XII =
«L’azione del sindacato, l’opera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della Magistratura
del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali di vita, alle possibilità della
produzione e al rendimento del lavoro.
«La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all’accordo delle parti nei
contratti collettivi.»
= XIII =
«I dati rilevati dalle pubbliche amministrazioni, dall’Istituto centrale di statistica e dalle associazioni
professionali legalmente riconosciute, circa le condizioni della produzione e del lavoro e la situazione del
mercato monetario, e le variazioni del tenore di vita dei prestatori d’opera, coordinati ed elaborati dal
Ministero delle corporazioni, daranno il criterio per contemperare gli interessi delle varie categorie e delle
classi fra di loro e di queste coll’interesse superiore della produzione.»
= XIV =
«La retribuzione deve essere corrisposta nella forma più consentanea alle esigenze del lavoratore e
dell’impresa.
«Quando la retribuzione sia stabilita a cottimo, e la liquidazione dei cottimi sia fatta a periodi superiori alla
quindicina, sono dovuti adeguati acconti quindicinali o settimanali.
«Il lavoro notturno, non compreso in regolari turni periodici, viene retribuito con una percentuale in più,
rispetto al lavoro diurno.
«Quando il lavoro sia retribuito a cottimo, le tariffe di cottimo debbono essere determinate in modo che
all’operaio laborioso, di normale capacità lavorativa, sia consentito di conseguire un guadagno minimo
oltre la paga base.»
= XV =
«Il prestatore di lavoro ha diritto al riposo settimanale in coincidenza con le domeniche.
«I contratti collettivi applicheranno il principio tenendo conto delle norme di leggi esistenti, delle esigenze
tecniche delle imprese, e nei limiti di tali esigenze procureranno altresì che siano rispettate le festività civili
e religiose secondo le tradizioni locali. L’orario di lavoro dovrà essere scrupolosamente e intensamente
osservato dal prestatore d’opera.»
= XVI =

«Dopo un anno di ininterrotto servizio il prestatore di opera, nelle imprese a lavoro continuo, ha diritto ad
un periodo annuo di riposo feriale retribuito.»
= XVII =
«Nelle imprese a lavoro continuo il lavoratore ha diritto, in caso di cessazione dei rapporti di lavoro per
licenziamento senza sua colpa, ad una indennità proporzionata agli anni di servizio. Tale indennità è dovuta
anche in caso di morte del lavoratore.»
= XVIII =
«Nelle imprese a lavoro continuo, il trapasso della azienda non risolve il contratto di lavoro, e il personale
ad essa addetto conserva i suoi diritti nei confronti del nuovo titolare. Egualmente la malattia del
lavoratore, che non ecceda una determinata durata, non risolve il contratto di lavoro.
«Il richiamo alle armi o in servizio della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale non è causa di
licenziamento.»
= XIX =
«Le infrazioni alla disciplina e gli atti che perturbino il normale andamento dell’azienda commessi dai
prenditori di lavoro; sono puniti, secondo la gravità della mancanza, con la multa, con la sospensione dal
lavoro e, per i casi più gravi, col licenziamento immediato senza indennità. Saranno specificati i casi in cui
l’imprenditore può infliggere la multa o la sospensione o il licenziamento immediato senza indennità.»
= XX =
«Il prestatore di opera di nuova assunzione è soggetto ad un periodo di prova, durante il quale è reciproco
il diritto alla risoluzione del contratto col solo pagamento della retribuzione per il tempo in cui il lavoro è
stato effettivamente prestato.»
= XXI =
«Il contratto collettivo di lavoro estende i suoi benefici e la sua disciplina anche ai lavoratori a domicilio.
Speciali norme saranno dettate dallo Stato per assicurare la polizia e l’igiene del lavoro a domicilio.»
degli Uffici di Collocamento.
= XXII =
«Lo Stato accerta e controlla il fenomeno della occupazione e della disoccupazione dei lavoratori, indice
complessivo delle condizioni della produzione e del 1avoro.»
= XXIII =
«Gli uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello
Stato. I datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere i prestatori d’opera pel tramite di detti uffici. Ad essi
è data facoltà di scelta nell’àmbito degli iscritti negli elenchi con preferenza a coloro che appartengono al
Partito e ai Sindacati fascisti, secondo l’anzianità di iscrizione.»
= XXIV =
«Le associazioni professionali di lavoratori hanno l’obbligo di esercitare un’azione selettiva fra i lavoratori,
diretta ad elevarne sempre di più la capacità tecnica e il valore morale.»
= XXV =
«Gli organi corporativi sorvegliano perchè siano osservate le leggi, sulla prevenzione degli infortuni e sulla
polizia del lavoro da parte dei singoli soggetti alle associazioni collegate.»
della Previdenza, dell’Assistenza, dell’Educazione e della Istruzione.
= XXVI =
«La previdenza è un’alta manifestazione del principio di collaborazione. Il datore di lavoro e il prestatore
d’opera devono concorrere proporzionalmente agli oneri di essa. Lo Stato, mediante gli organi corporativi
e le associazioni professionali, procurerà di coordinare e di unificare, quanto è più possibile, il sistema e gli
istituti della previdenza.»
= XXVII =
«Lo Stato fascista si propone:
1°) il perfezionamento della assicurazione infortuni;
2°) il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità;
3°) l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento alla assicurazione
generale contro tutte le malattie;
4°) il perfezionamento della assicurazione contro la disoccupazione involontaria;
5°) l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie pei giovani lavoratori.»
= XXVIII =
«È compito delle associazioni di lavoratori la tutela dei loro rappresentati nelle pratiche amministrative e

giudiziarie, relative alla assicurazione infortuni e alle assicurazioni sociali.
«Nei contratti collettivi di lavoro sarà stabilita, quando sia tecnicamente possibile, la costituzione di
casse mutue per malattia col contributo dei datori di lavoro e dei prestatori di opera, da amministrarsi da
rappresentanti degli uni e degli altri, sotto la vigilanza degli organi corporativi.»
= XXIX =
«L’assistenza ai propri rappresentanti, soci e non soci è un diritto e un dovere delle associazioni
professionali. Queste debbono esercitare direttamente le loro funzioni di assistenza, né possono delegarle ad
altri enti od istituti, se non per obbiettivi d’indole generale, eccedenti gli interessi delle singole categorie.»
= XXX =
«L’educazione e la istruzione, specie l’istruzione professionale, dei loro rappresentati, soci e non soci, è uno
dei principali doveri delle associazioni professionali. Esse devono affiancare l’azione delle Opere nazionali
relative al dopolavoro e alle altre iniziative di educazione.»

Il Discorso di Benito Mussolini 14 novembre 1934

«L’applauso col quale ieri sera avete accolto la lettura della mia dichiarazione mi ha fatto domandare
stamane se valeva la pena di fare un discorso per illustrare un documento che è andato direttamente alle
vostre intelligenze, ha interpretato le vostre convinzioni ed ha toccato la vostra sensibilità rivoluzionaria.
«Tuttavia può interessare di sapere attraverso quale ordine di meditazione, di pensiero, io sia giunto alla
formulazione della dichiarazione di ieri sera.
«Ma prima di tutto voglio fare un elogio di questa Assemblea e compiacermi delle discussioni che si sono
svolte.
«Solo dei deficienti possono stupirsi che si siano determinate delle divergenze e che siano apparse delle
sfumature. Tutto questo è inevitabile: vorrei dire necessario.
«Armonia è armonia, la cacofonia è un’altra cosa. D’altra parte discutendosi di un problema così delicato
come è l’attuale, è perfettamente logico ed inevitabile che ognuno porti non soltanto la sua preparazione
dottrinale, non soltanto il suo stato d’animo, ma anche il suo temperamento personale.
«Il più astratto dei filosofi, il più trascendente dei metafisici non può del tutto ignorare né prescindere da
quello che è il suo temperamento personale.
«Ricorderete che il 16 ottobre dell’Anno X (A. D. 1932.), innanzi alle migliaia di Gerarchi venuti a Roma
per il Decennale, a Piazza Venezia, io domandai: questa crisi che ci attanaglia da quattro anni – adesso
siamo entrati nel quinto da un mese – è una crisi “nel sistema o del sistema?” Domanda grave, domanda alla
quale non si poteva rispondere immediatamente. Per rispondere è necessario riflettere, riflettere lungamente
e documentarsi. Oggi rispondo: la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è diventata una crisi
del sistema. (Vivi applausi).
«Non è più un trauma, è una malattia costituzionale.
«Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del
liberalismo economico che l’ha illustrato ed apologizzato.
«Io voglio tracciarvi a grandi linee quella che è stata la storia del capitalismo nel secolo scorso, che
potrebbe essere definito il secolo del capitalismo. Ma prima di tutto, che cosa è il capitalismo? Non bisogna
fare una confusione tra capitalismo e borghesia. La borghesia è un’altra cosa. La borghesia è come un modo
di essere che può essere grande e piccolo, eroico e filisteo. Il capitalismo viceversa è un modo di produzione
specifico, è un modo di produzione industriale.
«Giunto alla sua più perfetta espressione, il capitalismo è un modo di produzione di massa per un consumo
di massa, finanziato in massa attraverso l’emissione del capitale anonimo nazionale e internazionale. Il
capitalismo è quindi industriale, e non ha avuto nel campo agricolo manifestazioni di grande portata.
«Io distinguerei nella storia del capitalismo tre periodi: il periodo dinamico, il periodo statico, il periodo
della decadenza.
«Il periodo dinamico è quello che va dal 1830 al 1870. Coincide con la introduzione del telaio meccanico
e con l’apparire della locomotiva. Sorge la fabbrica. La fabbrica è la tipica manifestazione del capitalismo
industriale, è l’epoca dei grandi margini, e quindi la legge della libera concorrenza e la lotta di tutti contro
tutti può giocare in pieno. Ci sono dei caduti e dei morti. Che poi la Croce Rossa raccoglierà. Anche in
questo periodo ci sono delle crisi, ma sono crisi cicliche, non lunghe, non universali.
«Il capitalismo ha ancora tale vitalità e tale forza di ricupero che le può superare brillantemente. È l’epoca
nella quale Luigi Filippo grida: “arricchitevi!”. L’urbanesimo si sviluppa. Berlino che faceva 100.000
abitanti all’inizio del secolo raggiunge il milione; Parigi da 560.000 all’epoca della rivoluzione francese va

anche essa verso il milione. Così dicasi di Londra e delle città d’oltre Atlantico.
«La selezione in questo primo periodo di vita del capitalismo è veramente operante. Ci sono anche delle
guerre. Queste guerre non possono essere paragonate alla guerra mondiale che noi abbiamo vissuta. Sono
guerre brevi. Quella italiana del 1848-1849 dura 4 mesi, il primo anno, 4 giorni il secondo; quella del
1859 dura poche settimane. Altrettanto dicasi di quella del 1866. Né più lunghe sono le guerre prussiane.
Quella del 1864 contro i Ducati di Danimarca dura pochi giorni, quella del 1866 contro l’Austria, che è
la conseguenza della prima, dura pochi giorni e si conclude a Sadowa. Anche quella del 1870, che ha le
tragiche giornate di Sedan, non dura più di due stagioni.
«Queste guerre, oserei dire, eccitano in un certo senso l’economia delle Nazioni, tanto è vero che appena
otto anni dopo, nel 1878, la Francia è già nuovamente in piedi e può organizzare l’Esposizione universale,
avvenimento che fece riflettere Bismarck.
«Quello che accadde in America, non lo chiameremo eroico. Questa è parola che dobbiamo riservare alle
vicende di ordine esclusivamente militare; ma è certo che la conquista del Far West è dura e fascinosa ed ha
avuto i suoi rischi ed i suoi caduti, come una grande conquista.
«Questo periodo dinamico del capitalismo dovrebbe essere compreso fra l’apparire della macchina a vapore
e il taglio dell’istmo di Suez.
«Sono quarant’anni. Durante questi quarant’anni lo Stato osserva, è assente e i teorici del liberalismo
dicono: voi, Stato, avete un solo dovere, di far sì che la vostra esistenza non sia nemmeno avvertita nel
settore dell’economia. Meglio governerete, quanto meno vi occuperete dei problemi di ordine economico.
«L’economia quindi in tutte le sue manifestazioni è delimitata solo dal Codice Penale e dal Codice di
Commercio.
«Ma dopo il 1870 questo periodo cambia. Non più la lotta per la vita, la libera concorrenza, la selezione del
più forte. Si avvertono i primi sintomi della stanchezza e della deviazione del mondo capitalistico.
«S’inizia l’èra dei cartelli, dei sindacati, dei consorzi, del “trust”. Certamente io non mi indugerò perché voi
possiate avvertire la differenza che passa fra questi quattro istituti.
«Le differenze non sono rilevanti, o quasi.
«Sono le differenze che passano fra le imposte e le tasse. Gli economisti non le hanno ancora definite. Ma
il contribuente che va allo sportello trova che è completamente inutile discutere, perché o tassa o imposta
egli deve pagare. Non è vero, come ha detto un economista italiano dell’economia liberale, che l’economia
trustizzata, cartellata, sindacata, sia il risultato della guerra.
«No, perché il primo cartello carbonifero in Germania, sorto a Dortmund, è del 1879.
«Nel 1905, dieci anni prima che la guerra mondiale scoppiasse, in Germania si contavano 62 cartelli
metallurgici.
«C’era un cartello della potassa nel 1904, un cartello dello zucchero nel 1903, dieci cartelli c’erano
nell’industria vetraria. Nel complesso, in quell’epoca, dai 500 ai 700 cartelli si dividevano in Germania, il
governo dell’industria e del commercio.
«In Francia nel 1877 si costituisce l’Ufficio Industriale di Longwy, che si occupava della metallurgia, nel
1888 quello del petrolio, nel 1881 tutte le Compagnie di Assicurazione si erano già coalizzate. Il cartello del
ferro, in Austria, è del 1873; accanto ai cartelli nazionali si sviluppano quelli internazionali. Il sindacato
delle fabbriche di bottiglie è del 1907. Quello delle fabbriche di vetri e specchi, che raccoglie francesi,
inglesi, austriaci e italiani, è del 1909.
«I fabbricanti di rotaie ferroviarie si erano internazionalmente incartellati nel 1904. Il sindacato dello zinco
nasce nel 1899. Vi risparmio una lettura noiosa di tutti i sindacati chimici, tessili, di navigazione, altri che si
sono formati in questo periodo storico.
«Il cartello del nitrato tra inglesi e cileni è del 1901.
«Qui ho tutto l’elenco dei “trusts” nazionali ed internazionali, che vi risparmio. Si può dire che non c’è
settore della vita economica dei Paesi di Europa e di America dove queste forze che caratterizzano il
capitalismo non si siano formate.
«Ma quale è la conseguenza? La fine della libera concorrenza.
«Essendosi ristretti i margini, l’impresa capitalistica trova che piuttosto che lottare è meglio accordarsi,
allearsi, fondersi per dividersi i mercati, e ripartirsi i profitti.
«La stessa legge della domanda e dell’offerta non è più un dogma perché attraverso i cartelli ed i “trusts” si
può agire sulla domanda e sull’offerta; finalmente questa economia capitalistica coalizzata, trustizzata, si
rivolge allo Stato. Che cosa gli chiede? La protezione doganale.
«Il liberismo, che non è che un aspetto più vasto della dottrina del liberalismo economico, il liberismo

viene colpito a morte. Difatti la Nazione che per prima ha elevato delle barriere quasi insormontabili, è
stata l’America. Oggi l’Inghilterra stessa, da alcuni anni a questa parte, ha rinnegato tutto quello che ormai
sembrava tradizionale nella sua vita politica, economica e morale: e si è data ad un protezionismo sempre
più forte.
«Viene la guerra. Dopo la guerra e in conseguenza della guerra, l’impresa capitalistica si inflaziona.
L’ordine di grandezza dell’impresa passa dal milione al miliardo. Le cosiddette costruzioni verticali, a
vederle da lontano, dànno l’idea del mostruoso e del babelico.
«Le stesse dimensioni dell’impresa superano la possibilità dell’uomo. Prima era lo spirito che aveva
dominato la materia, ora è la materia che piega e soggioga lo spirito.
«Quello che era fisiologia diventa patologia, tutto diventa abnorme. Due personaggi – poiché in tutte le
vicende umane balzano all’orizzonte gli uomini rappresentativi – due personaggi possono essere identificati
come i rappresentanti di questa situazione: Kreuger, il fiammiferaio svedese, e Insull, l’affarista americano.
«Con quella verità brutale che è nel nostro costume di Fascisti, aggiungiamo che anche in Italia ci sono
state manifestazioni del genere: però, nel complesso, non sono arrivate a quelle cime. (Applausi).
«Giunto a questa fase il supercapitalismo trae la sua ispirazione e la sua giustificazione da questa utopia:
l’utopia dei consumi illimitati. L’ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano
dalla culla alla bara. (Applausi).
«Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si
potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli
uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli stessi
gusti al cinematografo, che tutti infine desiderassero una cosiddetta macchina utilitaria. (Applausi).
«Questo non è un capriccio, ma è nella logica delle cose, perché solo in questo modo il supercapitalismo
può fare i suoi piani.
«Quando è che l’impresa capitalistica cessa di essere un fatto economico? Quando le sue dimensioni la
conducono ad essere un fatto sociale. È questo il momento preciso nel quale l’impresa capitalistica quando
si trova in difficoltà si getta di piombo nelle braccia dello Stato. (Applausi).
«È questo il momento in cui nasce e si rende sempre più necessario l’intervento dello Stato.
«E coloro che lo ignoravano lo ricercano affannosamente.
«Siamo a questo punto: che se in tutte le Nazioni d’Europa lo Stato si addormentasse per 24 ore, basterebbe
tale parentesi per determinare un disastro.
«Ormai non c’è campo economico dove lo Stato non debba intervenire.
«Se noi volessimo cedere per pura ipotesi a questo capitalismo dell’ultima ora, noi arriveremmo “de plano”
al capitalismo di Stato, che non è altro che il socialismo di Stato rovesciato! (Vivi applausi). Arriveremmo in
un modo o nell’altro alla funzionarizzazione della Economia Nazionale! (Applausi).
«Questa è la crisi del sistema capitalistico preso nel suo significato universale.
«Ma per noi vi è una crisi specifica che ci riguarda particolarmente nella nostra qualità di italiani e di
europei. c’è una crisi europea, tipicamente europea.
«L’Europa non è più il continente che dirige la civiltà umana. Questa è la constatazione drammatica che
gli uomini che hanno il dovere di pensare debbono fare a se stessi e agli altri. C’è stato un tempo in cui
l’Europa dominava politicamente, spiritualmente, economicamente il mondo.
«Lo dominava politicamente attraverso le sue istituzioni politiche. Spiritualmente attraverso tutto ciò che
l’Europa ha prodotto col suo spirito attraverso i secoli.
«Economicamente, perché era l’unico continente fortemente industrializzato. Ma oltre Atlantico si è
sviluppata la grande impresa industriale e capitalistica. Nell’Estremo Oriente è il Giappone che dopo aver
preso contatto coll’Europa attraverso la guerra del 1905, avanza a grandi tappe verso l’Occidente.
«Qui il problema è politico.
«Parliamo di politica; perché anche questa assemblea è squisitamente politica. L’Europa può ancora
tentare di riprendere il timone della civiltà universale, se trova un “minimum” di unità politica.
(Vivissimi applausi).
«Occorre seguire quelle che sono state le nostre costanti direttive. Questa intesa politica dell’Europa non
può avvenire se prima non si sono riparate delle grandi ingiustizie. (Applausi vivissimi).
«Siamo giunti ad un punto estremamente grave di questa situazione; la Società delle Nazioni ha perduto
tutto quello che le poteva dare un significato politico ed una portata storica.
«Intanto quello stesso che l’aveva inventata (si ride) non c’è entrato. (Ilarità vivissima). Sono assenti la
Russia, gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania. Questa Società delle Nazioni è partita da uno di quei

principi che, enunciati, sono bellissimi: ma considerati poi, anatomizzati, sezionati, si rivelano assurdi.
«Quali altri atti diplomatici esistono che possano rimettere in contatto gli Stati?
«Locarno? Locarno è un’altra cosa. Locarno non ha niente a che vedere con il disarmo; di lì non si può
passare.
«Si è fatto in questi ultimi tempi un grande silenzio intorno al Patto a quattro. Nessuno ne parla, ma tutti
ci pensano. (Applausi vivissimi e fragorosi).
«È appunto per questo che noi non intendiamo di riprendere iniziative o di precipitare i tempi di una
situazione che dovrà logicamente e fatalmente maturare.
«Domandiamoci ora: l’Italia è una Nazione capitalistica?
«Vi siete mai posta questa domanda? Se per capitalismo si intende quell’insieme di usi, di costumi di
progressi tecnici ormai comuni a tutte le Nazioni, si può dire che anche l’Italia è capitalista.
«Ma se noi andiamo più addentro alle cose ed esaminiamo la situazione da un punto di vista statistico, cioè
della massa delle diverse categorie economiche delle popolazioni, noi abbiamo allora i dati del problema
che ci permettono di dire che l’Italia non è una Nazione capitalista nel senso ormai corrente di questa
parola.
«Gli agricoltori conducenti terreno proprio alla data del 21 aprile 1931 IX E. F. sono 2.943.000, gli
affittuari sono 858.000. I mezzadri e i coloni sono 1.631.000, gli altri agricoltori salariati, braccianti,
giornalieri di campagna, sono 2.475.000. Totale della popolazione che è legata direttamente e
immediatamente all’agricoltura 7.900.000.
«Gli industriali sono 523.000, i commercianti 841.000, gli artigiani dipendenti e padroni 724.000, gli operai
salariati 4.283.000, il personale di servizio e di fatica 849.000, le Forze Armate dello Stato 541.000 ivi
comprese, naturalmente, anche le Forze di Polizia, gli appartenenti alle Professioni e Arti Libere 553.000,
gli impiegati pubblici e privati 905.000. Totale di questo gruppo con l’altro 17.000.000.
«I possidenti e benestanti non sono molti in Italia, sono 201.000, gli studenti sono 1.945.000, le donne
attendenti a casa 11.244.000.
«C’è poi una cifra che si riferisce ad altre condizioni non professionali: 1.295.000, cifra che può essere
interpretata in varie maniere.
«Voi vedete subito da questo quadro come l’economia della Nazione italiana sia varia, sia complessa, e
non possa essere definita attraverso un solo tipo, anche perché gli industriali che figurano con la cifra
imponente di 523.000 sono quasi tutti industriali che hanno aziende di piccola e media grandezza. La
piccola azienda va da un minimo di 50 operai ad un massimo di 500. Dai 500 ai 5000 o 6000 vi è la media
industria; al di sopra si va alla grande industria, e qualche volta si sbocca nel supercapitalismo. Questo
specchietto vi dimostra anche come avesse torto Carlo Marx il quale, seguendo i suoi schemi apocalittici,
pretendeva che la società umana si potesse dividere in due classi nettamente distinte fra loro ed eternamente
irreconciliabili. (Approvazioni).

«L’Italia a mio avviso deve rimanere una Nazione ad economia mista, con una forte agricoltura che
è la base di tutto, tanto è vero che quel piccolo risveglio delle industrie che si è verificato in questi
ultimi tempi è dovuto, come è opinione unanime di coloro che se ne intendono, ai raccolti discreti
dell’agricoltura in questi ultimi anni; una piccola e media industria sana, una banca che non faccia
delle speculazioni, un commercio che adempia al suo insostituibile cómpito che è quello di portare
rapidamente e razionalmente le merci ai consumatori.
«Nella dichiarazione che io ho presentata ieri sera, era definita la Corporazione così come noi la
intendiamo e la vogliamo creare, e sono definiti anche gli obbiettivi.
«Vi è detto che la corporazione è fatta in vista dello sviluppo della ricchezza, della potenza politica
e del benessere del popolo italiano. questi tre elementi sono condizionati fra di loro.
«La forza politica crea la ricchezza, e la ricchezza ingagliardisce a sua volta l’azione politica.
«Vorrei richiamare la vostra attenzione su quanto è detto come obbiettivo: il benessere del popolo
italiano. È necessario che a un certo momento questi istituti che noi abbiamo creati siano sentiti e
avvertiti direttamente dalle masse come strumenti attraverso i quali queste masse migliorano il loro
livello di vita.
«Bisogna che ad un certo momento l’operaio, il lavoratore della terra possa dire a se stesso e dire
ai suoi: se io oggi sto effettivamente meglio, lo si deve agli istituti che la Rivoluzione Fascista ha
creati.

«In tutte le Società Nazionali c’è la miseria inevitabile.
«C’è una aliquota di gente che vive ai margini della società; di essa si occupano speciali istituzioni.
Viceversa quello che deve angustiare il nostro spirito è la miseria degli uomini sani e validi che
cercano affannosamente e invano il lavoro. (Vivissimi e prolungati applausi).
«Ma noi dobbiamo volere che gli operai italiani, i quali ci interessano nella loro qualità di Italiani,
di operai e di Fascisti, sentano che noi non creiamo degli istituti soltanto per dare forma ai nostri
schemi dottrinari, ma creiamo degli istituti che devono dare a un certo momento dei risultati
positivi, concreti, pratici e tangibili. (Applausi).
«Non mi soffermo sui cómpiti conciliativi che la Corporazione può svolgere, e non vedo nessun
inconveniente alla pratica dei cómpiti consultivi. Già adesso accade che tutte le volte che il
Governo deve prendere dei provvedimenti di una certa importanza, chiama gli interessati.
«Se domani ciò diventa obbligatorio per determinate questioni, io non ci vedo alcun che di male,
perché tutto ciò che accosta il cittadino allo Stato, tutto ciò che fa entrare il cittadino dentro
l’ingranaggio dello Stato, è utile ai fini Sociali e Nazionali del Fascismo.
«Il nostro Stato non è uno Stato assoluto, e meno ancora assolutista, lontano dagli uomini ed
armato soltanto di leggi inflessibili come le leggi devono essere.
«Il nostro Stato è uno Stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita.
«La stessa burocrazia non è oggi, e meno ancora domani vuol essere un diaframma fra quella che é
l’opera dello Stato e quelli che sono gli interessi e i bisogni effettivi e concreti del Popolo Italiano.
«Io sono certissimo che la burocrazia italiana, che è ammirevole, la burocrazia italiana, così come
ha fatto fin qui, domani, lavorerà con le Corporazioni tutte le volte che sarà necessario per la più
feconda soluzione dei problemi.
«Ma il punto che più ha appassionato questa assemblea è quello che intende dare al Consiglio
Nazionale delle Corporazioni dei poteri legislativi.
«Taluno, precorrendo i tempi, ha già parlato della fine dell’attuale Camera dei Deputati.
Spieghiamoci. L’attuale Camera dei Deputati, essendo ormai terminata la Legislatura, deve essere
sciolta.
«Secondo, non essendovi il tempo sufficiente in questi mesi per creare i nuovi Istituti Corporativi,
la nuova Camera sarà scelta con lo stesso metodo del 1929 VII E. F..
«Ma la Camera a un certo punto dovrà decidere il suo proprio destino. Ci sono dei Fascisti in giro
che vorranno piangere dinanzi a questa ipotesi? (Molte voci: No!).
«Comunque sappiano che noi non asciugheremo le loro lagrime.
«È perfettamente concepibile che un Consiglio Nazionale delle Corporazioni sostituisca “in toto”
la attuale Camera dei Deputati: la Camera dei Deputati non mi è mai piaciuta. In fondo questa
Camera dei Deputati è oramai anacronistica anche nel suo stesso titolo: è un istituto che noi
abbiamo trovato e che è estraneo alla nostra mentalità, alla nostra passione di Fascisti.
«La Camera presuppone un mondo che noi abbiamo demolito; presuppone pluralità dei partiti,
e spesso e volentieri l’attacco alla diligenza. Dal giorno in cui noi abbiamo annullato questa
pluralità, la Camera dei Deputati ha perduto il motivo essenziale per cui sorse.
«Nella loro quasi totalità i Deputati Fascisti sono stati all’altezza della loro Fede e bisogna
pensare che il loro sangue fosse sanissimo perché non si è intristito in quegli ambienti dove tutto
respira il passato.
«Tutto ciò avverrà prossimamente perché non abbiamo precipitazioni. Importante è di stabilire il
principio perché dal principio si traggono le conseguenze fatali.
«Quando nel giorno 13 gennaio 1923 I E. F. si creò il Gran Consiglio, i superficiali avrebbero
potuto pensare: si è creato un istituto. No: quel giorno fu sepolto il liberalismo politico.
«Quando con la Milizia, presidio armato del Partito e della Rivoluzione, quando con la
costituzione del Gran Consiglio, Organo Supremo della Rivoluzione, si diè di colpo a tutto
quello che era la teoria e la pratica del liberalismo, si imboccò definitivamente la strada della
Rivoluzione.

«Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico.
«La Corporazione giuoca sul terreno economico come il Gran Consiglio e la Milizia giuocarono
sul terreno politico! (Applausi).
«Il corporativismo è l’economia disciplinata, e quindi anche controllata, perché non si può pensare
a una disciplina che non abbia un controllo.
«Il corporativismo supera il socialismo e supera il liberalismo, crea una nuova sintesi.
«È sintomatico un fatto: un fatto sul quale forse non si è sufficientemente riflettuto; che il decadere
del capitalismo coincide col decadere del socialismo!
«Tutti i partiti socialisti d’Europa sono in frantumi!
«Non parlo dell’Italia e della Germania, ma anche di altri Paesi.
«Evidentemente i due fenomeni, non dirò che fossero condizionati da un punto di vista strettamente
logico; c’era però, fra essi, una simultaneità di ordine storico.
«Ecco perché, l’economia corporativa sorge nel momento storico determinato, quando cioè i due
fenomeni concomitanti, capitalismo e socialismo, hanno già dato tutto quello che potevano dare.
«dall’uno e dall’altro ereditiamo quello che essi avevano di vitale.
«noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte
le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce.
«l’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è
religioso, che è santo, che è guerriero. (Applausi vivissimi).
«Oggi noi facciamo nuovamente un passo deciso sulla via della Rivoluzione.
«Giustamente ha detto il camerata Tassinari che una Rivoluzione per esser grande, per dare una
impronta profonda nella vita di un popolo nella Storia, deve essere Sociale.
«Se ficcate il viso nel profondo, voi vedete che la Rivoluzione Francese fu eminentemente sociale,
perché demolì tutto quello che era rimasto del Medioevo dai pedaggi alle “corvées”, sociale perché
provocò il vasto rivolgimento di tutto quello che era la distribuzione terriera della Francia, e creò
quei milioni di proprietari che sono stati e sono ancora una delle forze solide e sane di quel Paese.
«Altrimenti tutti crederanno di aver fatto una Rivoluzione. La Rivoluzione è una cosa seria, non è
una congiura di palazzo e non è nemmeno un mutamento di ministeri o l’ascesa di un partito che
soppianti un altro partito.
«È da ridere quando si legge che nel 1876 l’arrivo della sinistra al potere fu definito una
rivoluzione. (Si ride).
«Facciamoci da ultimo questa domanda: il Corporativismo può essere applicato in altri Paesi?
Bisogna farsi questa domanda, perché se la fanno in tutti gli altri Paesi, dovunque si studia e ci si
affatica a comprendere.
«Non vi è dubbio che, data la crisi generale del capitalismo, delle soluzioni corporative si
imporranno dovunque, ma per fare il corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario,
occorrono tre condizioni.
«Un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione anche la disciplina
politica, e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce, in fede comune.
«Non basta. Occorre, dopo il partito unico, lo stato totalitario, cioè lo Stato che assorba in sé, per
trasformarla e potenziarla, tutta l’energia, tutti gli interessi, tutta la speranza di un Popolo.
«Non basta ancora. Terza ed ultima e più importante condizione: occorre vivere un periodo di
altissima tensione ideale. (Vivi applausi).
«Noi viviamo in questo periodo di alta tensione ideale. Ecco perché noi, grado a grado, daremo
forza e consistenza a tutte le nostre realizzazioni, tradurremo nel fatto tutta la nostra Dottrina.
«Come negare che questo nostro, Fascista, sia un periodo di alta tensione ideale? Nessuno può
negarlo. Questo è il tempo nel quale le armi furono coronate da vittoria. Si rinnovano gli Istituti, si
redime la Terra, si fondano le Città!».

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